Cocaina e Morgan: la lezione di Freud (2010)

English

Morgan, un musicista pop italiano, ha raccontato nel 2010 in un’intervista al magazine Max di usare la cocaina e in particolare il crack come antidepressivo, sostenendo che la prescrivesse a tale scopo anche Sigmund Freud.

~~~

di Federico Soldani

(Pubblicato originariamente a Febbraio 2010 per il blog RCS – Rizzoli Corriere della Sera – OK La Salute Prima di Tutto. Link originale oggi non più disponibile, trasferito su https://www.ok-salute.it/senza-categoria/cocaina-e-morgan-la-lezione-di-freud/)

Freud fu tra i primi a sperimentare con occhio medico la cocaina: usandola personalmente, prescrivendola e raccomandandola a familiari e amici come stimolante, nonché studiandone l’effetto come anestetico locale.  E fu infatti anche tra i primi medici a scoprirne, suo malgrado, gli effetti avversi: la fortissima dipendenza innanzitutto.

Nel tentativo di curare i forti dolori del suo amico e collega Ernst von Fleischl-Marxow e di ridurre la dipendenza di questi dalla morfina, Freud somministrò cocaina endovena (o sottocute), un modo di assunzione che si avvicina per rapidità di azione alla cocaina fumata, il crack.

https://en.wikipedia.org/wiki/Ernst_von_Fleischl-Marxow

Oggi sappiamo che la dipendenza è  tanto più  forte quanto più breve è il tempo che passa tra l’assunzione della droga e l’insorgenza dell’effetto.  Oggi conosciamo anche gli effetti indesiderati dell’uso di cocaina, soprattutto fumata: è tra le maggiori cause di infarto del miocardio tra i giovani, al punto che in pronto soccorso è la prima cosa alla quale si pensa quando ci si trova davanti a una persona giovane con chiari sintomi di infarto cardiaco in corso

Per non parlare degli effetti indesiderati a livello psichiatrico, che sono ampiamente documentati e includono attacchi di panico, deliri paranoici, allucinazioni.  Il consumo di cocaina ha anche l’effetto di far perdere i freni inibitori e di indurre uno stato di euforia a cui presto subentrano disforia, irrequietezza e ansia.

Freud, più di cento anni fa, sosteneva addirittura pubblicamente che la cocaina non desse dipendenza e che servisse persino a curare la dipendenza da morfina!  Il suo amico Ernst von Fleischl-Marxow a poco a poco sviluppò una fortissima dipendenza da cocaina con episodi psicotici, incluse fasi di delirio e allucinazioni in cui si vedeva coperto da serpenti

Pare che Freud sviluppò un forte senso di colpa a seguito di questo episodio.  Mentre presumibilmente riuscì a smettere di assumere cocaina, non abbandonò mai l’altra sua dipendenza: i sigari.

Il suo amico morì invece pochi anni dopo con una doppia dipendenza: morfina e cocaina.

[Fu il primo caso documentato in medicina -o tra i primi casi conosciuti- di doppia dipendenza].

A Pisa, il professor Vaccà diagnosticò l’abitudine alla droga a Shelley (2020)

English

Estratto da:

Edward John Trelawny (1878). Records of Shelley, Byron and the Author. London Pickering. (dalla Prefazione)

“Shelley, di testa, non fu mai un ragazzo; mentre quelli della sua età giocavano a biglie, leggeva. La sua fame mentale di conoscenza era insaziabile: nessuno lo aveva mai visto senza un libro in mano o in tasca.

A Eton, dopo una malattia, il dottore che lo assisteva lo prese in simpatia e Shelley prese in prestito i suoi libri di medicina e da quel momento divenne profondamente interessato alla chimica e, a differenza dei dottori, sperimentò su di sé alcuni dei farmaci.

Il potere del laudano di lenire il dolore e di riposare gli piacquero particolarmente; venne ammonito e sapeva che fosse sbagliato; il potere seducente di quel farmaco lo trattenne per il resto della sua vita, all’inizio usato con estrema cautela e ad intervalli lunghi.

Le persone che prendono gli oppiacei vengono schiavizzate e non li abbandonano mai; questi possono essere rintracciati in alcuni dei voli dell’immaginazione di Shelley e nelle fantasie delle apparizioni soprannaturali.

In un’occasione a Londra, e di nuovo in Italia, si fece un tale sovradosaggio che la sua vita venne salvata solo da quelle misure che sono usate per neutralizzare la droga; ma non si deve pensare che, come De Quincey e molti altri, l’abbia usato abitualmente: lo prese solo in rare occasioni, quando era profondamente abbattuto. Non tollerava le rimostranze, e così ne fece un mistero.

L’effetto degli oppiacei attenua il dolore, ma assorbono i poteri vitali e distorcono i nostri organi vitali; a Shelley causarono degli spasmi.

Il professore di anatomia all’Università di Pisa, Vaccà, era famoso per la sua abilità in chirurgia e medicina, e arrivò alla conclusione che Shelley si drogava e interdisse seriamente la medicina in tutte le sue forme; disse che Shelley era perfettamente di sana e robusta costituzione – raccomandò a lui di variare la sua dieta.

Lo vedevo spesso in uno stato di nudità e mi ricordava sempre un giovane indiano, muscoloso e vigoroso, e c’erano pochi uomini che camminavano su un terreno spezzato al ritmo che lui seguiva; ci batteva tutti camminando e, escludendo droghe e incidenti, avrebbe potuto vivere tanto a lungo quanto suo padre – fino a novanta”.

https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Vacc%C3%A0_Berlinghieri

In Pisa, professor Vaccà diagnosed Shelley’s drug habit (2020)

Italiano

Excerpt from:

Edward John Trelawny (1878). Records of Shelley, Byron and the Author. London Pickering. (from the Preface)

“Shelley never was a boy in mind; whilst they of his age were playing marbles, he was reading. His mental hunger for knowledge was insatiable – no one ever saw him without a book in his hand or pocket.

At Eton, after an illness, the doctor who attended him took a liking of him, and Shelley borrowed his medical books and was deeply interested in chemistry from that time, and, unlike doctors, he experimented with some of the drugs on himself.

The power of laudanum to soothe pain and give rest especially delighted him; he was cautioned, and knew it was wrong; the seductive power of that drug retained a hold on him during the rest of his life, used with extreme caution at first and at long intervals.

People who take to opiates are enslaved and never abandon them; these may be traced in some of Shelley’s flights of imagination, and fancies of supernatural appearances.

On one occasion in London, and again in Italy, he so over-dosed himself that his life was only saved by those measures that are used to counteract the drug; but it must not be thought that, like De Quincey and many others, he habitually used it : he only took it on rare occasions, when in deep dejection. He was impatient of remonstrance, and so made a a mystery of it.

The effect of opiates s to deaden pain, but they benumb the vital powers and derange our vital organs; with Shelley they caused spasms.

The professor of anatomy at the University of Pisa, Vaccà, was renowned for his skill in surgery and medicine, and he came to the conclusion that Shelley was drugging himself, and earnestly interdicted medicine in all its forms; he said that Shelley was perfectly well constituted and of a healthy and vigorous frame – he recommended his varying his diet.

I often saw him in a state of nudity, and he always reminded me of a young Indian, strong-limbed and vigorous, and there were few men who would walk on broken ground at the pace he kept up; he beat us all in walking, and barring drugs and accidents, he might have lived as long as his father – to ninety.”

https://en.wikipedia.org/wiki/Andrea_Vacc%C3%A0_Berlinghieri

From citizens to patients: a threat to resist (2020)

Italiano

Pandemic Lectures at the International University College of Turin http://www.iuctorino.it/

Ugo Mattei & Federico Soldani, May 4, 2020

“The decline of law as a tool for social control and its supplanting by technological, mental, and medical management aimed at preventing deviant behavior, with nary a concern for such substitution’s deleterious effects.”

(Also published on Foucault News May 8,2020 https://michel-foucault.com/2020/05/08/ugo-mattei-federico-soldani-from-citizens-to-patients-a-threat-to-resist-2020/).

Other interesting lectures in the series can be found here.

The image above refers to the first public formulation of the concept of transformation from citizens to patients (Royal College of Psychiatrists, London, 2019).

La “rivoluzione ultima” (2019)

L’ultima rivoluzione sarà psichedelica e avrà a che fare con le droghe. La profezia di Aldous Huxley

~~~

di Giulio Lanza

English

(Pubblicato originariamente il 25 aprile 2019 su l”Occidentale https://loccidentale.it/lultima-rivoluzione-sara-psichedelica-e-avra-a-che-fare-con-le-droghe-la-profezia-di-aldous-huxley/)

L’età moderna è stata caratterizzata da molte rivoluzioni: religiose, politiche, sociali.

Questo processo è stato ampiamente studiato e illustrato soprattutto nell’ambito del pensiero critico conservatore. Alcune, anche se si sono esaurite, restano vitali negli episodi successivi, sovrapponendosi e mescolandosi. A lungo le rivoluzioni, utilizzando una terminologia delle scuole che ne sottolineano il carattere unitario, la Rivoluzione – hanno interessato nazioni e società, fino a toccare l’essenza dell’uomo stesso, con quella che per convenzione facciamo iniziare nel Sessantotto e che possiamo considerare ancora in corso (rivoluzione antropologica, detta anche quarta rivoluzione).

Su questo versante dobbiamo guardare con la massima attenzione al fatto che ci troviamo di fronte a una fase che Aldous Huxley (nella foto), autore de Il Mondo Nuovo e Le porte della percezione, chiamò la “rivoluzione ultima”, nella quale diventa centrale il ruolo delle droghe.

In questi ultimi anni, infatti, abbiamo assistito all’emergere di una propaganda pervasiva a favore della diffusione delle droghe che, anche a seconda delle sostanze in questione, si è articolata più o meno in queste fasi:

  • proposte di riduzione del danno, con o senza legalizzazione di tutte le droghe;
  • proposte intese come strumento per migliorare la salute di chi già ne fa uso e per combattere il crimine organizzato che produce e spaccia;
  • re-branding delle droghe come farmaci, con corredo di marketing semplicistico secondo cui se una sostanza può in alcune condizioni cliniche essere usata come farmaco sarebbe buona per definizione, qualsiasi uso se ne faccia (in base all’assunto farmaco = buono);
  • promozione attiva delle droghe, soprattutto allucinogene, quali LSD o psilocibina, un vero e proprio marketing sui mezzi di comunicazione di massa, per adesso soprattutto digitali/in rete: questa è la fase più recente e include la promozione di sostanze che ancora non hanno un mercato, presentate, tramite articoli di divulgazione di natura eterogenea- ad esempio sullo sciamanesimo e altre tecniche estatiche “primitive”- come “micro-dosi” (più o meno micro) per i sani, finalizzate al presunto miglioramento del funzionamento dell’organismo, o all’aumento della creatività e persino alla prevenzione dei mali di stagione come il raffreddore: quindi davvero come panacee per tutti, grandi e piccini, malati o sani che siano. Vere e proprie forme di fanatismo si manifestano -soprattutto ma non solo sul web- nei riguardi di sostanze allucinogene presentate come fonte di benessere e addirittura di “illuminazione”.

In realtà il marketing sull’uso delle sostanze allucinogene è un fenomeno iper-moderno, mistificato talora come un ritorno a situazioni antichissime e a saperi primordiali. Un esempio è l’LSD, presentato come equivalente all’Ergot, dal quale è stato sintetizzato nel 1938. Questo tipo di affermazioni deve essere sottoposto a valutazione e a falsificazione considerando: qualità (es. LSD), quantità (es. proposto uso di massa), contesto di uso (società post industriale), modalità di assunzione (es. ago ipodermico per eroina, sostanza semi-sintetica; base libera per la cocaina fumata, ecc.).

Tra uso “antico” e uso “moderno” in molti casi la differenza è evidente: ad esempio, tra masticare foglie di coca (contenenti basse dosi di cocaina assorbita per via orale) in una cultura che ha integrato questo uso per secoli, da una parte, e fumare la base libera, il crack, dall’altra; oppure tra uso di oppio fumato (contenente morfina) da una parte e iniezione endovena dell’eroina, sintetizzata dalla morfina, dall’altra. O ancora, per capire l’importanza dei contesti, si pensi all’introduzione devastante dell’alcool nella cultura dei nativi americani della cui tradizione non faceva parte.

L’LSD –insieme ad altre sostanze allucinogene- è persino parte di una cultura cosiddetta cyberdelic (cyber + psychedelic) che unisce l’uso degli allucinogeni con i personal computer, gli smartphone, i videogiochi, internet e la realtà virtuale.

In sostanza dalla proposta di una politica delle droghe che presentava se stessa come realistica, ovvero il contenimento di un male non estirpabile, si va sempre di più verso la promozione di una società distopica, verso il marketing di chi produce corsi di sciamanesimo on-line per imparare a usare le droghe allucinogene, una volta che queste diventeranno disponibili, vuoi per uso terapeutico (anche per disturbi dai connotati poco distinti e interamente soggettivi) vuoi come passatempo.

In definitiva la mutazione antropologica dell’individuo non può prescindere da una mutazione della percezione della realtà.

La realtà? Solo un’allucinazione, una delle tante infinitamente possibili, che sempre più spesso viene presentata come una costruzione -si presume arbitraria- della mente, persino letteralmente come una allucinazione.

Dal momento che una allucinazione per definizione è una percezione soggettiva senza oggetto esterno, ovvero una falsa percezione, di per sé presuppone una normalità, una percezione vera, con oggetto esterno corrispondente.

La presentazione della coscienza come allucinazione presuppone invece due cose allo stesso tempo: che la realtà non esista se non come falso stato di coscienza soggettiva e che la coscienza in quanto tale sia falsa, o relativa, o infinitamente mutevole: non esisterebbe quindi uno stato di coscienza che si possa considerare normale; ovvero la “normalità” non potrebbe essere altro che uno stato non cosciente, quale quello della semplice materia, inclusa la materia biologica, cellule, recettori ecc., alla stregua, per intenderci, di materia inanimata o di organismi semplici.

Se la realtà non è che una finzione della mente, le sostanze allucinogene che alterano profondamente la coscienza, il pensiero, le emozioni, le percezioni che ci informano sulla realtà sia interna che circostante, sarebbero in questo senso una via verso l’illuminazione sulla realtà più profonda e bassa della materia. Ci renderebbero coscienti della realtà più animale, istintiva, individuale, non filtrata da tutte le funzioni mentali in continua interazione con l’ambiente esterno naturale, sociale, familiare, storico e culturale di cui ciascuno è frutto. È così che la mutazione antropologica della “rivoluzione ultima” prende forma.

Aldous Huxley non ci ha solo descritto un “Mondo Nuovo”, ma anche un “uomo nuovo”.

Aldous Huxley – The Ultimate Revolution (Berkeley Speech 1962)

Joker: benvenuti nell’era della psichiatria politica globale (2019)

di Giulio Lanza

English

(Pubblicato originariamente il 7 novembre 2019 su l”Occidentale https://loccidentale.it/joker-benvenuti-nellera-della-psichiatria-politica-globale/)

Un grande successo di pubblico ha consacrato la popolarità di Joker, il film hollywoodiano realizzato magistralmente e presentato per la prima volta lo scorso 31 agosto al 76esimo Festival Internazionale del Cinema di Venezia, dove è stato riconosciuto meritevole del premio più alto, il Leone d’Oro.

Un grande cast, a partire dal protagonista Joaquin Phoenix, del quale è superfluo evidenziare la strepitosa interpretazione. Robert De Niro ha un ruolo secondario ma di fondamentale importanza per lo sviluppo della storia. Molte scene riprendono film di Martin Scorsese, come quando in “Taxi Driver” proprio De Niro simulava di parlare con sconosciuti mentre era da solo nella propria squallida stanza. Una colonna sonora che si nota, potente e ricca di toni bassi, sia quella originale (pezzi come Confession o Call Me Joker), sia fatta di vecchi brani quali My Name Is Carnival, White Room, Smile, Everybody Plays the Fool, o pezzi di Frank Sinatra quali That’s Life e Send in the Clowns.

L’epoca in cui si svolge il film è imprecisata, con elementi anni ’70 e ’80 prevalenti, ma anche elementi della cosiddetta epoca d’oro del capitalismo americano, all’inizio del XX secolo (a un certo punto i ricchi del film -l’élite o establishment che apertamente attribuisce al proprio merito la ricchezza e il potere ottenuti- sono riuniti in un vecchio teatro per vedere “Tempi Moderni” di Chaplin), quando le differenze tra ricchi e poveri divennero esorbitanti: detto per inciso fu l’epoca in cui venne ideata la psichiatria di comunità dagli industriali che volevano rappresentare i problemi dei lavoratori come medici anziché sindacali; prima di allora la psichiatria era limitata agli ospedali psichiatrici e le persone non andavano a trovare uno psichiatra in ambulatorio; prima di allora lo psichiatra veniva associato non alla persona comune ma solo ai matti.

Nel film i “padri” di Joker sono due celebrità della TV: Robert De Niro, conduttore TV, e uno degli uomini più ricchi della città che si candida a sindaco, rappresentato dai media di Gotham City come l’unico che possa salvare una città in forte crisi e in piena decadenza.

La madre ha un ruolo edipico che resta imprecisato, in parte perché non si riuscirà a capire nemmeno alla fine se i suoi fossero deliri o se ci fosse stata invece una macchinazione del ricco uomo per il quale lavorava (il futuro candidato sindaco) in modo da farla convenientemente rinchiudere in manicomio anche se sana, falsificando le carte.

Robert De Niro in questo film è, tanto per cambiare, perfetto: è un famosissimo conduttore di Talk Show americano, cinico e a suo modo saggio al tempo stesso. Si capisce da una delle scene iniziali che viene visto da Joker come il padre che non ha mai avuto: mentre guarda la TV dal letto su cui siede con la madre Joker immagina che la celebrità TV sarebbe disposta a mollare tutto il baraccone dello show e della celebrità pur di avere un figlio come lui.

Un altro elemento è il rapporto con un altro personaggio famoso, che forse è il padre biologico di Joker, il ricchissimo finanziere che si vuole presentare come sindaco di Gotham (nomignolo ottocentesco per l’urbe di New York City, riutilizzato poi nei fumetti di Batman), una città oscura e popolata di super-ratti, come dice in modo quasi divertito il telegiornale cittadino.

Il politico è rappresentato come spietato, cinico, indifferente alle sofferenze del popolo: ricchezza e politica nel film vengono accomunate.

La psichiatria è rappresentata invece come l’ultimo barlume salvifico che i cattivi politici tagliano senza pietà per i poveri della città, a cui oltre alla televisione è rimasto poco altro: Joker assume 7 diversi farmaci, si presume tutti e 7 psicotropi. In parte nel film è presente una psichiatria de-medicalizzata, in cui una assistente sociale di colore vede Joker una volta a settimana per porgli svogliatamente ogni volta le stesse domande da brava burocrate. Politica cattiva, psichiatria buona.

Il film riesce a porsi come opera quasi filosofica o ideologica, avvantaggiandosi del fatto che la follia e la malattia mentale sono state per decenni, almeno a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, rappresentate come malattie organiche come tutte le altre, il cervello un organo come tutti gli altri, la psichiatria una specialità medica come tutte le altre.

Joker si rivela come un film sorprendente, facendoci in certo modo riscoprire – o quantomeno riflettere – sulle origini in buona parte psicologiche e sociali di ciò che identifichiamo comunemente come disturbi mentali o, secondo la terminologia del film, “condizioni” (il biglietto che Joker allunga o cerca di allungare allo sconosciuto di turno quando ride in modo discontrollato spiega infatti come lui non abbia una malattia o una diagnosi ma una “condizione”)

In realtà’ si potrebbe vedere, all’inverso, come sorprendente il fatto che per decenni la narrazione dominante ci abbia fatto quasi dimenticare di questa dimensione. Solo qualche anno fa usciva ad esempio un libro, “Madness is Civilization” che aveva per sottotitolo “quando la diagnosi era sociale”: la narrazione dominante ha prima quasi impedito di pensare che la diagnosi possa avere elementi culturali o sociali, per poi quando il momento lo richieda, ovvero adesso, “scoprire” questa dimensione che così risulta sorprendente.

Il film senza dubbio alcuno stigmatizza la follia e la malattia mentale, accomunandole terribilmente, a dispetto delle campagne globali in corso per la de-stigmatizzazione dei disturbi mentali, a una criminalità che si fa spietata e, in modo crescente nel corso del film, senza una motivazione esterna; le motivazioni che inizialmente appaiono esterne e “comprensibili” nella loro causalità, anche se non giustificabili (ma lo spettatore è quasi portato a pensare che siano giustificabili), sempre più si interiorizzano e ci spingono a cercarne la causa in processi mentali quasi imperscrutabili. Nel fare questo la narrazione ci trascina dal mondo esterno a quello interiore, che è precisamente uno dei maggiori effetti esercitati dal film sullo spettatore. Da fuori a dentro.

Joker fa identificare lo spettatore con un personaggio rappresentato come folle, malato, criminale, in cui anche gli “spettatori” che si trovano dentro il film, il popolo che si vede nel film, sempre di più sembrano riconoscersi. I media nel film presentano Joker come un folle criminale che si veste come un clown, mentre il popolo quasi per istinto lo vede come un eroe che vendica le ingiustizie che tutti subiscono.

ll film sembra presentare allo spettatore una visione del popolo esattamente come l’establishment vuole che il popolo diventi e come vuole che venga rappresentato e come vuole che il popolo stesso si senta: liberato dalla propria inutile razionalità, orgoglioso della propria follia, apolitico e depoliticizzato, pronto per l’intervento dei due pilastri dell’ordine pubblico e della tecnica psichiatrica.

In due occasioni nel film questi elementi appaiono chiaramente: quando Joker è nell’ascensore dell’ospedale psichiatrico e un paziente legato alla barella viene accompagnato da un poliziotto e da un uomo in uniforme bianca, probabilmente un infermiere, così come in una delle scene finali in cui l’auto della polizia e l’ambulanza si scontrano per diventare il set di una festa folle e che non dura, l’insurrezione del popolo jokerizzato, selvaggio, criminale, folle.

Quando Joker finalmente va in TV allo show di De Niro, è lui stesso a smentire che ci sia qualcosa di politico in quello che ha provocato in tutta Gotham.

Interessante notare come poche settimane fa in Italia il comico e commediante Beppe Grillo si sia presentato in video con il trucco da Joker a un meeting politico di un partito di governo.

L’ideologia che sottende il film ha una logica precisa ed è interamente declinata dal punto di vista delle élites: insomma, a mio modo di vedere, è un film profondamente anti-democratico e addirittura anti-politico.

Il popolo è pazzo e va criminalizzato e psichiatrizzato (non demonizzato, quella era l’era del potere anche temporale legato alla religione). Il moderno eretico è il pazzo.  Il modo per arginarlo non è più spirituale, un esorcismo ad esempio, ma tecnico: il contenimento attraverso la diagnosi e i farmaci.

Nel rappresentare il popolo come impazzito e orgoglioso della propria follia, persino finalmente liberato attraverso questa, si avvalora l’idea che il cittadino sia irrazionale, fuori controllo. Chi affiderebbe i destini di una nazione o del mondo a qualcuno con queste caratteristiche? Solo un altro pazzo, appunto.

Il campo del cittadino e del popolo non è più la cittadinanza politica: nell’ambito di questa infatti, come un bastone, i termini psichiatrici possono essere usati nel modo più stigmatizzante possibile contro l’avversario politico; l’unica speranza resta dunque diventare pazienti, in ogni senso, sperando che i servizi psichiatrici vengano graziosamente forniti in modo sufficiente. La de-stigmatizzazione della diagnosi psichiatrica al di fuori della politica e dentro il contesto clinico è la carota. Diventa paziente e qualcosa ti sarà concesso, come minores trattati si spera bene. Rifiutati e verrai contenuto comunque ma in modo più duro.

A Nord di Hollywood, dalla Silicon Valley, la cosiddetta ideologia californiana ha lavorato da almeno due decenni per unire l’iperindividualismo libertariano e persino randiano al collettivismo marxista nei suoi aspetti di pretesa scientificità: nel nostro isolamento individuale sono le macchine, i software e gli algoritmi digitali a fare di tutti coloro che sono connessi in rete una collettività coordinata.

Viene anche alla mente il nome di Bogdanov, il medico e psichiatra fondatore con Lenin del bolscevismo, che scrisse la prima utopia di era sovietica, Stella Rossa, e ideò la disciplina della tectologia, una sorta di scienza generale dell’organizzazione che fu usata per la pianificazione economica in URSS e anticipò molti aspetti della cibernetica, fondamento della attuale rivoluzione dell’automazione.

Proprio in URSS, mezzo secolo dopo, con l’era Breznev, la cosiddetta psichiatria politica divenne preponderante: la dissidenza vissuta, prima ancora che rappresentata, come follia. I dissidenti non erano solo o semplicemente sani fatti passare per matti, ma li si vedeva come clinicamente irrazionali. Si parlava di “schizofrenia latente” e di “deliri di riforma”. D’altra parte, come si fa a non pensare che in un sistema perfetto un dissidente con speranze di cambiamento possa essere del tutto normale?

Anche Andreotti a suo modo scherzò con la famosa battuta secondo cui ci sono due tipi di pazzi, quelli che si credono Napoleone e quelli che pensano di poter riformare le Ferrovie dello Stato.

Joker sancisce a livello di cultura popolare globale il cittadino che si fa paziente, orgoglioso di questo, che si sente liberato finalmente dal peso della razionalità e delle regole, quasi la fondazione di un partito anarco-individualista transnazionale schizofrenici.

Assistiamo all’interiorizzazione da parte del popolo di spettatori proprio di come le élites vedono il popolo, pronto a reclamare al modo del suddito l’aiuto psichiatrico di cui ha disperato bisogno, senza più pretesa alcuna di sovranità.

La psichiatra di colore della scena finale viene fatta fuori, come si può presumere dalle impronte di sangue che Joker lascia dietro di sé negli ultimi fotogrammi. In questo senso il film è anche anti-psichiatrico: il cattivo in cui il popolo si riconosce fa fuori la psichiatra buona, forse l’ultima possibile salvezza per chi ha perso completamente il senno, il controllo di sé, e ha sposato una volontà criminale e malata.

Joker è uno di quei film diciamo pure imperdibili, da vedere sicuramente (nel mondo anglosassone è vietato ai minori e per ottime ragioni).

A mio modo di vedere Il messaggio antipolitico che veicola è devastante e fuorviante: il messaggio della Rivoluzione Globalista prossima ventura.

Da rinviare al mittente in toto e senza esitazione alcuna.

Trump, his worst critics, and diagnosis outside of a clinical context (2020)

Opposites playing the same game ?

~~~

by Federico Soldani

Italiano

What is the very last thing a patient forced to be admitted to hospital for mental health cannot legally be forced into?

According to different legal contexts, with significant national and state variations, as a last resort, a patient can be forced to hospitalization itself, for observation or treatment. If necessary, physical treatment for mental health can also become compulsory: medication or, more rarely, procedures such as electro-convulsive treatment.

However, patients cannot be forced to open up against their will, or to “confess”, to use a Foucaultian term in a clinical context [1]. Even less so, no one can be legally forced to engage in psychotherapy. In the end, such decisions related to opening up remain a prerogative of each and every patient, no matter under what circumstances.

Patient collaboration can be achieved indirectly, perhaps more easily in a forensic context where stays are much longer, but in the ultimate instance, if a patient does not want to talk or open up s/he cannot be forced legally. As a counter-proof of this, as already mentioned, contrary to medicines or devices / procedures, the psychological treatments cannot be provided as compulsory measures. They require willing collaboration as a prerequisite.

Even at the stage when only observation, risk assessment and diagnosis are involved, before any treatment is contemplated or decided, a patient is aware of the clinical environment and can appeal against hospitalization; or about a clinical decision; or can take measures for other diagnoses to be considered, if warranted by symptomatology not previously pondered for instance; or can take steps for the risk assessment to account for their own views.

Psychiatric diagnoses are based on a classic, and to this day considered unequivocally essential, face-to-face interview. This is in addition to previous clinical records and collateral history from third parties. The more collaborative and open the interview, the better from a diagnostic and prognostic perspective.

In a clinical context, when the last-resort option of compulsory hospitalization is adopted, diagnosis and risk assessment can happen after a face-to-face interview. At some level a patient retains a voice, even when involuntarily committed to hospital for mental health. In addition to a sense of agency about the fact that collaboration remains their prerogative, they can actually and in all circumstances decide whether to collaborate, to open up, to engage. Or not.

But what if the basic requirement for a face-to-face interview for assessment becomes obsolete as a result of technological advancement and corresponding cultural changes?

What if, instead, we could diagnose and risk assess not only without patients consent but also without their knowledge? Or even more, without a citizen knowing to be, or to be seen as, a mental health patient in the first place? What if such diagnostic process becomes over time accepted as indeed more accurate than the one involving the patient knowingly and consciously through a classic clinical interview?

What if we could potentially assess and diagnose on a mass scale any and all citizens, treated this way not just as patients but actually having no voice at all in the process? Effectively being, in some respects at least, in a situation even worse than a mental health patient involuntarily committed to hospital?

A citizen remaining unaware of the diagnostic process, or perhaps knowing with more or less clarity that at a population level such process is potentially happening, but having no choice and no voice, possibly because of pretended public safety, about their specific case or about such collective, eminently political phenomenon?

Some of the worst critics of the 45 th U.S. President D..J. Trump, from the so-called ‘Duty to Warn’ movement, have argued that the President’s collaboration is not needed for a diagnosis and possibly even more so for an assessment of dangerousness [2].

According to such a view, existing known facts would suffice and would actually offer a more accurate diagnostic picture compared to a standard psychiatric interview, including one for risk assessment. Proponents of such view implying, among other things, that a patient could, for instance, lie during an interview; in contrast, abundant and already recorded existing facts would be difficult to change conveniently post-hoc when a psychiatric evaluation is performed.

~~~

It is a largely unknown and forgotten fact, which I recently learned in my historical readings, that one of the two founders of Bolshevism, along with Lenin, was the physician and psychiatrist Alexander Bogdanov, born Malinovsky.

Lenin plays chess with Bogdanov during a visit to Gorky’s villa in Capri, Italy in 1908

Bogdanov wrote the first Bolshevik utopia, “Red Star,” and developed a discipline of general organization called tectology, that was used for the USSR 5-year economic planning; tectology nowadays is regarded as a precursor of systems theory as well as cybernetics, the foundation of the ongoing automation revolution.

Half a century after the USSR was born, during the Breznev era, came diffused political psychiatry: dissidents were diagnosed and put in hospital against their will, typically labelled with “sub-threshold schizophrenia”.

Bogdanov had a leading role in the Bolshevik revolution. In his writings he made clear how there was no need for legal safeguards to deal with the “mentally diseased.” In a remarkable passage about the organization of the socialist society, he wrote:

“When society ceases to be anarchical and develops into the harmonious form of a symmetrical organisation, the vital contradictions in its environment will cease to be a fundamental and permanent phenomenon and will become partial and casual.
Compulsory standards are a kind of “law” in the sense that must regulate the repeated phenomena arising out of the very structure of society; obviously under the new system they will lose this significance.

Casual and partial contradictions amidst a highly-developed social sense and with a highly-developed knowledge can be easily overcome without the aid of special “laws” compulsorily carried out by “authority.”

For instance, if a mentally-diseased person threatens danger and harm to others, it is not necessary to have special “laws” and organs of “authority” to remove such a contradiction; the teachings of science are sufficient to indicate the measures by which to cure that person, and the social sense of the people surrounding him will be sufficient to prevent any outbreak of violence on his part, while applying the minimum of violence to him. All meaning for compulsory standards in a higher form of society is lost.” [3]

So, in a highly developed and organized society, science trumps law, making law unnecessary; in Bogdanov’s view, compulsion would then become not really compulsion anymore. Political dissidents are apparently not contemplated by such view; in the worst-case scenario they might qualify as a “partial and casual contradiction” in an otherwise harmonious “highly-developed” system.

Philosopher Berdyev recalled in his memoires how Bodganov tended not to pay much attention to the content of their philosophical discussions. Instead, Bogdanov appeared to focus on mental state and behaviour assessment, on actions and reactions, as if his fellow philosopher Berdyev was a biological machine in need of external observation, control and possible fixing.

“Somewhat curious were my relations with Bogdanov” – wrote Berdyev – “I was considered to be an “idealist” imbued with metaphysical seekings. For Bogdanov this was a completely abnormal phenomenon. He had originally qualified as a psychiatrist.

He began to visit me often. I noticed that he systematically put to me incomprehensible questions: how I felt in the mornings; how did I sleep; what were my reactions to this and that, and so on.

It emerged that my inclination towards idealism and metaphysics, he considered to be the symptoms of an incipient mental disorder, and he wanted to establish how far this malady had progressed.” [4]

On the other side of the political spectrum compared to Bogdanov, there was the German psychiatrist Emil Kraepelin, widely considered the most prominent figure in the history of biological psychiatry.

He made the fundamental distinction, considered valid to this day, between “dementia praecox” (more or less what we call schizophrenia) and manic-depressive psychoses.

To the extent that an interview is not required for assessment or diagnostic categorization in psychiatry, this might remind of Kraepelin, who worked largely by observing and recording patients’ behaviour over time. Indeed, he was unable to speak the language, Estonian, of most of his patients when working on his fundamental distinction.

Of note, Kraepelin was also a proponent of the political use of psychiatry, as according to his views socialists and opponents of World War I were judged to be mentally ill. [5]

~~~

Nowadays, at the beginning of the 2020s decade, the rapidly spreading “contagious” language of psychiatry applied to politics might be referred to as “psyspeak” or “ideopathological lexicon”, as I recently proposed at the beginning of September 2019 during a talk at the Royal College of Psychiatrists in London. [6]

The latest example, among too many to count, is libertarian magazine Reason calling the political proposals of presidential primary candidate Sanders “socialist delusions.” [7]

Interestingly, the idea of diagnosing and risk assessing without the willing participation, consent or even knowledge of someone, possibly unaware even of the very fact of being seen as a “patient,” is now being taken up by the Trump administration.

The administration of a President who should be opposed, in theory at least, to some of the very same methods his critics proposed to diagnose him through. Methods that he rejected for himself, a democratically elected political figure; which is, assessing and diagnosing without a necessary interview in a clinical context.

The Trump administration is indeed seriously considering the agenda of the “digital diagnosis” for citizens, possibly through a new federal agency that might go under the name of HARPA (Health Advanced Research Projects Agency), according among other sources to the Washington Post.

Official portrait of President Donald J. Trump, Friday, October 6, 2017. (Official White House photo by Shealah Craighead)

Such an agency would develop “breakthrough technologies with high specificity and sensitivity for early diagnosis of neuropsychiatric violence,” according to a copy of the proposal. “A multi-modality solution, along with real-time data analytics, is needed to achieve such an accurate diagnosis.” [8]

Also, somehow relevant to such technologies, so-called “digital phenotyping” [9] is currently a brand new area of research and business. There are dedicated Californian start ups such as the one by former NIMH Director Thomas Insel, a psychiatrist who prominently studied animal models of the social brain, separation anxiety and the role of molecules such as vasopressin and oxytocin. After almost 15 years as NIMH Director he went to work for Google, later founding his own company for “digital phenotyping.”

In a similar climate of technological advancements, according to the proposals for a new federal agency reported in the press, existing known facts, coded as data, could be used by the government to diagnose citizens and to predict behaviour; to assess risk and dangerousness via any digital data source available, from smartphones, to wellbeing / fitness devices, and so on.

Once the data are in, citizens’ consent and collaboration would not be necessarily needed to store, replicate, keep the data, and, critically, to perform an assessment, either diagnostic or about risk.

If, for instance, people could opt out of such databases in the first place, either individually or collectively, this would defeat the purpose of electronically rating, tagging, or labelling individuals and predicting risky behavioural patterns based on algorithms and available digital information.

Consent for, or knowledge of, a remote assessment of such type on the part of citizens-turned-patients would not be needed.

Among the many harsh disagreements in a country polarized as never before, on one issue at least Trump and his worst critics would appear to agree at some level: Diagnosis and risk assessment based on mindful, conscious, preferably willing involvement of a subject who knows to be a patient, encompassing a necessary interview in a clinical context, looks increasingly like an institution belonging to the past.

The real risk is political and democratic. Or for such a new “clinical” technical context to extend to the whole of society, effectively bypassing established citizens’ legal and constitutional rights and safeguards.

~~~

[1] Foucault, M. (2003). Le pouvoir psychiatrique : cours au Collège de France, 1973-1974. Paris Seuil Gallimard.

‌[2] Gartner, J., Langford, A. and O’Brien, A. (2018). It is ethical to diagnose a public figure one has not personally examined. The British Journal of Psychiatry, [online] 213, pp.633–637. Available at: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30236170.

[3] http://www.marxists.org. (n.d.). Socially Organised Society: Socialist Society by Alexander Bogdanov 1919. [online] Available at: https://www.marxists.org/archive/bogdanov/1919/socialism.htm [Accessed 27 Jun. 2020].

[4] White, J.D. (2019). Red Hamlet : the life and ideas of Alexander Bogdanov. Leiden ; Boston: Brill. 

[5] Bar, K.-J. and Ebert, A. (2010). Emil Kraepelin: A pioneer of scientific understanding of psychiatry and psychopharmacology. Indian Journal of Psychiatry, [online] 52, p.191. Available at: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2927892/.

[6] Soldani, F. (2019). Are we witnessing the emergence of a new global psychiatric power? (2019). [online] Foucault News. Available at: https://michel-foucault.com/2019/12/19/are-we-witnessing-the-emergence-of-a-new-global-psychiatric-power-2019/ [Accessed 27 Jun. 2020].

[7] Stossel, J. (2020). The Socialist Delusions of Bernie Sanders. [online] Reason.com. Available at: https://reason.com/2020/02/19/the-socialist-delusions-of-bernie-sanders/ [Accessed 27 Jun. 2020].

[8] Alemany, J. (2019). White House considers new project seeking links between mental health and violent behavior. [online] Washington Post. Available at: https://www.washingtonpost.com/politics/2019/08/22/white-house-considers-new-project-seeking-links-between-mental-health-violent-behavior/ [Accessed 27 Jun. 2020].

[9] Insel, T.R. (2018). Digital phenotyping: a global tool for psychiatry. World Psychiatry, [online] 17, pp.276–277. Available at: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/wps.20550 [Accessed 24 Apr. 2020].

This article was intended for the blog “Mad in America”, which requested it, initially accepted it, and after the last revision and addition of the Bogdanov part, finally decided not to publish it.

It was posted independently by the author via social media on the 15th of March 2020 and published on the PsyPolitics.org blog on the 27th of June.

Stiamo assistendo alla nascita di un nuovo potere psichiatrico globale? (2019)

di Federico Soldani

English

Perché la politica, i politici e i cittadini che fanno politica sono sempre più frequentemente rappresentati sui mass media e sui social media come pazzi fuori controllo?

Perché sempre di più il linguaggio politico si popola di termini che si pretendono tecnico-scientifici o metafore quali “patologia politica” o “salute politica” o, per citare un esempio recente, “politica del testosterone”?  In particolare, perché applichiamo sempre più spesso psico-parole quali “narcisismo”, “patologia mentale”, “salute mentale”, “sociopatia” o “schizofrenia” a categorie sociali, economiche o politiche?

E come mai le metafore e le analogie politiche fanno ormai costante riferimento a medicina, psicologia, o epidemiologia?

Perché le idee vengono lentamente ma costantemente accomunate a pensieri malati? O la diffusione di idee politiche e non solo viene presentata sempre più in senso letterale come una epidemia, una diffusione virale, da fermare e da prevenire?

Perché il Presidente U.S.A. “l’uomo più potente del mondo” viene rappresentato come un pazzo?  O blockbusters hollywoodiani come ‘Joker’ rappresentano il popolo e il cittadino sovrano come de-politicizzati, selvaggi, criminali e pazzi?

Il linguaggio “politicamente corretto” ha una funzione disciplinare e “ortopedizzante”? Se sì, come?

Perché si stanno diffondendo allucinogeni, psichedelici e prodotti della cannabis su scala di massa e per ogni uso possibile e immaginabile, ‘terapeutico’ o meno?

Queste tendenze sono del tutto nuove o fanno parte di un’ideologia che viene da lontano?

Qui sotto il link di una relazione che ho tenuto al Royal College of Psychiatrists nella City di Londra, nell’estate 2019, che cerca di spiegare le nuove e prepotenti tendenze d’avanguardia come indispensabili elementi preparatori al passaggio verso una post-democrazia globale, anti-politica, digitale, essenzialmente tecnocratica e con ogni probabilità totalitaria.

Un percorso di apparente ‘liberazione’ che è invece il percorso della de-sovranizzazione di ciascuno di noi dalla propria razionalità.

(Testo introduttivo qui sopra, dell’autore, 28 ottobre 2019: http://uropia.blogspot.com/2019/10/stiamo-assistendo-alla-nascita-di-un.html)

~~~

Video sottotitolato in inglese o in italiano:   https://youtu.be/l_yyv_jzfI0

“Are we witnessing the emergence of a new global psychiatric power?”

Federico Soldani, MD, SM, PhD

3rd September 2019 – Royal College of Psychiatrists – London

Philosophy of Psychiatry Special Interest Group
Biennial Conference – “Madness, the Mind, and Politics” See this link for program.

Traduzione in italiano dell’abstract originale, sottomesso il 15 Maggio 2019:

Stiamo assistendo alla nascita di un nuovo potere psichiatrico globale?

Negli ultimi anni abbiamo osservato una crescente attenzione al linguaggio e ai concetti relativi alla salute mentale nel più ampio mondo sociale e politico.

Ad esempio, il linguaggio politico relativo alle “fobie” è rapidamente diventato di uso comune.

Un simile lessico derivato in gran parte da psichiatria, psicologia e psicoanalisi potrebbe portare a una progressiva interiorizzazione e de-politicizzazione di concetti civici, senza che la maggior parte dei cittadini se ne renda conto.

Più recentemente, eminenti gruppi di intellettuali, inclusi psichiatri provenienti da istituzioni accademiche globali, hanno discusso esplicitamente di una nuova necessità della psichiatrizzazione di vecchi concetti e istituzioni in politica.

Tra gli altri, l’economista della Columbia University Jeffrey Sachs, in un volume scritto da 37 co-autori intitolato “The Dangerous Case of Donald Trump” (2nd Edition, 2019), ha affermato esplicitamente: “Coloro che fingono di essere nel regno della politica quando siamo veramente nel regno della psicopatologia rendono la situazione ancora più pericolosa, perché non saranno preparati mentre sono in gioco il futuro del pianeta e della razza umana.”

L’ex capo del DSM-IV Allen Frances, nel suo saggio “Twilight of American Sanity: A Psychiatrist Analyzes the Age of Trump” (2017), ha affermato: “Trump non è pazzo. Noi lo siamo”.

Michel Foucault, nella sua serie di lezioni del 1973-74 sul “Potere psichiatrico” al Collège de France, ha sottolineato la follia di Re Giorgio III d’Inghilterra, monarca di un impero britannico globale, come riportato da Philippe Pinel nel seminale “Traité médico -philosophique sur l’aliénation mentale; ou la manie ”, pubblicato nel 1800 a Parigi. Secondo Foucault, tale emblematica scena di follia ha segnato la nascita della psichiatria e il passaggio dal potere sovrano al potere disciplinare nel mondo moderno.

In questa luce, l’attuale psichiatrizzazione pubblica dell ‘”uomo più potente del mondo”, come spesso i media descrivono il presidente degli Stati Uniti d’America, potrebbe essere vista come un nuovo cambio di paradigma nel potere contemporaneo.

Un tale spettacolo pubblico viene trasmesso in tutto il mondo tramite TV e social media digitali (ad esempio Twitter) in tempo reale. Oltre al crescente uso di un lessico psicologizzato nel linguaggio quotidiano, un ruolo potrebbe essere giocato da tale spettacolo comunicando simbolicamente e contribuendo a uno spostamento culturale globale verso una visione del mondo soggettivista e una progressiva de-politicizzazione della cittadinanza.

La carriera politica di Mao, Yale e il “riorientamento del pensiero” (2020)

di Federico Soldani

English

Su Yale Daily News (29 Febbraio 1972), il più antico giornale di college fondato nel 1878 a Yale, una delle prime università americane (1701), in prima pagina nell’articolo centrale in alto campeggia una foto di Mao, il leader cinese del “grande balzo in avanti”.

Come recita la voce Wikipedia in inglese (accesso 7 giugno 2020) dedicata alla Associazione Yale-Cina: “Tra il 1919 e il 1920, il futuro presidente Mao Zedong ebbe diversi incontri con la scuola: ne curò la rivista per studenti, ri-focalizzandola sul tema del “riorientamento del pensiero” e amministrando una libreria fuori dal college di medicina della stessa scuola”.

Qui sotto e’ riportata una traduzione, per la prima volta in italiano, del testo dell’articolo del Yale Daily News del 29 Febbraio 1972.

~~~

Grouppo di Yale incoraggia l’Emergere di Mao

[Redattore di Yale Journal]

Sotto la foto di Mao, la seguente didascalia:

“Yale ha aiutato molti giovani a iniziare la loro ascesa politica al potere. Nella classe del 1919, oltre ai 1000 leader diplomati a New Haven, Yale-in-China stava aiutando un giovane di nome Mao-Tse-tung”.

Testo articolo originale:

William F. Buckley non era l’unica figura di Yale legata al viaggio presidenziale in Cina. Senza il supporto di Yale, Mao Tse Tung potrebbe non essere mai emerso dall’oscurità per comandare la Cina.

Jonathan Spence, professore di storia cinese, fu il primo a scoprire la connessione di Mao-Tse-Tung con Yale.

Il professore notò: “Nel 1919, Mao, 26 anni, era a Changsa, dopo aver terminato gli studi di scuola media. Visitò Pechino e mentre era lì riceveva la sua … seria introduzione alla teoria comunista nel gruppo di studio marxista di Li Ta-chao.

“Ora, se voleva sviluppare una reputazione negli ambienti socialisti, doveva trovare un forum per diffondere le sue opinioni … A questo punto cruciale l’unione studentesca di Yale-in-China invito’ Mao a farsi carico della direzione del loro giornale”.

Mao accettò la posizione e cambiò il formato della rivista studentesca: ora avrebbe affrontato le critiche sociali e i problemi attuali e si sarebbe concentrato sul “riorientamento del pensiero” ….

Mao viaggiò a Pechino e studiò la teoria marxista. A Shanghai conobbe Ch’en Tu-hsiu (che in seguito divenne il leader del Partito Comunista Cinese). A Mao fu detto di formare un ramo di area del partito comunista, ma non aveva né fondi né un luogo per svolgere incontri.

“Ancora una volta Yale è intervenuta”, ha ricordato Spence. “Il college di medicina di Yale-in-China accetto’ di affittare a lui tre stanze, che Mao definì la sua “libreria culturale”.

Gli affari crebbero e Mao fu in grado di raggiungere vendite elevate su titoli cinesi quali “Un’introduzione al capitale di Marx”, “Uno studio sulla Nuova Russia” e “Il sistema sovietico in Cina”.

“La reputazione di Mao crebbe e da questa base fu in grado di organizzare sette filiali”, ha proseguito il professore di storia cinese. “I profitti generati furono utilizzati per finanziare il corpo socialista giovanile e il partito comunista”.

Il professor Spence notò inoltre che, a causa del successo della libreria, Mao fu scelto come uno dei delegati al Primo Congresso del Partito Comunista Cinese a Shanghai nel 1921. Da lì fu solo un piccolo passo per diventare uno dei fondatori del movimento comunista nel suo paese.

Yale-in-China ora supporta il Nuova Asia College, parte dell’Università Cinese di Hong Kong. È mantenuto da donazioni e spera attivamente di interessare la comunità universitaria nei suoi affari”.