Quando la politica viene costruita per il pubblico come uno spettacolo psichiatrico
di Federico Soldani – 1 febbraio 2026
Nonostante il New York Times si presenti come radicalmente anti-Trump, il suo linguaggio e il suo modo di narrare la politica, se letti attentamente, si rivelano coerenti con una logica molto precisa – una logica che, in definitiva, si allinea con quella della stessa amministrazione Trump: la trasformazione del conflitto politico in questione psicologica e clinica. In altre parole, l’analisi politica viene sostituita dalla diagnosi medico-psicologica.
Nel suo articolo di opinione del 21 gennaio 2026, Thomas L. Friedman — una delle firme di punta del giornale, tre volte Premio Pulitzer — non si limita a criticare le scelte di Donald J. Trump. Il testo costruisce progressivamente l’immagine del presidente come soggetto affetto da una malattia mentale, incapace di giudizio, fino a suggerire implicitamente che la risposta adeguata non sia politica o istituzionale, ma di tipo “terapeutico”.
L’inquadramento è chiaro.
Da un lato, la questione viene posta in termini di sanità mentale del potere:
«L’America è ora governata da un re pazzo?»
Dall’altro, il giudizio politico viene tradotto in incapacità personale, con una formulazione apertamente teatrale:
«Signor Presidente, lei è pazzo? Non può mettere la sua ambizione personale per un Premio Nobel per la Pace davanti all’intera alleanza atlantica.»
Il disaccordo politico è così ricodificato come difetto personale di giudizio.
A questo si aggiunge una qualificazione clinica diretta:
«È così evidente che solo un narcisista patologico, che insiste nell’avere il proprio nome su qualunque cosa — dal Kennedy Center di qualcun altro al Premio Nobel per la Pace di qualcun altro — rischierebbe tutto questo per impadronirsi della Groenlandia.»
Infine, l’articolo suggerisce anche quale dovrebbe essere la risposta adeguata:
«Se l’America fosse un’azienda, il consiglio di amministrazione avrebbe reagito a un comportamento del genere annunciando un “intervento” nei confronti dell’amministratore delegato.»
Nel modo in cui viene impiegata da Friedman, la parola “intervento” richiama esplicitamente un modello clinico-manageriale: un’azione collettiva che presuppone l’incapacità del soggetto di autoregolarsi e legittima la sospensione della sua autonomia decisionale. Il conflitto politico viene così trasformato in un problema da gestire, non da discutere.
Questo modo di costruire il discorso pubblico non è isolato. Negli stessi giorni, un altro articolo di opinione sul NYT — firmato da Ross Douthat — tornava esplicitamente sulla figura del “re pazzo”, interrogandosi su quali strumenti restino disponibili quando il presidente appare non più contenibile dai normali freni politici. In quel contesto veniva evocato anche il 25º Emendamento della Costituzione americana, cioè il meccanismo previsto per dichiarare l’inabilità del presidente a esercitare le sue funzioni.
Come ho già mostrato in un precedente articolo su PsyPolitics, in cui il NYT parlava della “psiche” di Trump come filtro attraverso cui passerebbero “tutti i piani e le politiche a Washington” e persino “gli eventi globali”, siamo davanti a un modello ricorrente: la politica viene spiegata attraverso la mente di un singolo individuo.
Il punto foucaultiano: il “re pazzo” e la nascita della psichiatria
Come Michel Foucault ha mostrato nelle sue lezioni sul Potere psichiatrico, la psichiatria si è costituita attraverso la psichiatrizzazione del potere sovrano.
Il caso emblematico che Foucault ha analizzato come scena fondante di questa nuova disciplina è quello di Giorgio III d’Inghilterra – ricordato come il “re folle”, l’ultimo re d’America e sovrano del più importante impero globale dell’epoca. Il trattamento di Giorgio III da parte di Francis Willis nel 1788-89 dimostrò come l’autorità psichiatrica potesse assoggettare persino il potere regale, costringendo il re a riconoscere la supremazia del medico. Ciò avvenne contemporaneamente al lavoro di Philippe Pinel a Bicêtre e alla Salpêtrière durante il Terrore e nella Francia post-rivoluzionaria, dove Pinel stava sviluppando l’impianto concettuale che lo avrebbe consacrato come figura fondativa della psichiatria.
Sotto il regno di Giorgio III, infatti, la Gran Bretagna perse le Tredici Colonie americane nel corso della Rivoluzione americana (1775–1783). La Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 risale a 250 anni fa, e il riconoscimento formale della perdita arrivò con il Trattato di Parigi del 1783. La follia del sovrano e la perdita dell’America si intrecciarono così in un momento di crisi profonda, simbolica e politica.
Quando si trattò di “curare” Giorgio III, la questione non fu affatto medica in senso neutro. Attorno alla sua condizione esplose una vera crisi costituzionale: si discusse di incapacità a regnare, di sospensione dell’autorità sovrana e persino di alto tradimento, perché intervenire sulla mente del re significava mettere in discussione il fondamento stesso dell’ordine politico.
Un documento coevo rende esplicita questa posta in gioco. The Pilot, un giornale politico londinese di orientamento conservatore e fortemente costituzionalista, intervenne nel 1811 nel dibattito pubblico sulla malattia mentale di Giorgio III. In un articolo del 30 gennaio 1811 protestava che, sebbene l’incapacità del re fosse stata discussa in Parlamento, la Costituzione britannica non veniva semplicemente scossa, ma “dissolta”, e il potere veniva consegnato “a ogni progettista rivoluzionario che in futuro possa cercare di elevarsi sulle rovine del proprio paese”. In quella situazione — aggiungeva il giornale — “il sovrano diventa schiavo dei suoi servitori”.
Il punto è cruciale: non è la follia del re a essere percepita come il vero pericolo, ma il fatto stesso che essa venga riconosciuta, discussa e gestita. Da qui l’accusa di alto tradimento: curare il re equivaleva a smantellare la sovranità.
È su questo sfondo che va collocata una riflessione successiva dello psichiatra americano Jules Henry Masserman, formulata in un dibattito televisivo pubblico nel XX secolo. Masserman si chiedeva provocatoriamente cosa sarebbe accaduto se la psichiatria fosse esistita e fosse stata applicata ai sovrani del passato: molte guerre, suggeriva, forse non sarebbero mai state combattute.
La prospettiva è opposta a quella di The Pilot: ciò che nel 1811 appariva come una minaccia politica, nel Novecento viene presentato come soluzione umanitaria. In questo senso, Masserman anticipa il presente: la “cura” del potere non è più temuta, ma proposta pubblicamente, davanti al pubblico, come risposta razionale e morale.
Questo rimanda direttamente all’origine della disciplina. La scena fondativa descritta da Philippe Pinel, “padre della psichiatria”, è presente solo nella prima edizione francese della sua opera. È proprio quella scena — centrale per l’interpretazione foucaultiana — a scomparire nella seconda edizione, l’unica tradotta in inglese. Il dettaglio è decisivo perché riguarda l’atto fondativo: senza quella scena, la nascita della psichiatria appare come progresso medico, non come dispositivo politico.
La differenza decisiva tra il tempo di Giorgio III e il presente sta qui. Alla fine del Settecento, il problema politico era desovranizzare una singola persona: quella del re. Bastava sottrarre autorità al sovrano per spostare il potere altrove. Oggi, invece, il sovrano è formalmente il popolo sovrano. La sovranità non è concentrata in una persona, ma distribuita su decine o centinaia di milioni di cittadini. Per questo, il dispositivo deve cambiare scala. Non basta più intervenire sul capo: occorre trasformare il linguaggio con cui la politica viene percepita.
È qui che entrano in gioco i mass media e i media digitali—ovviamente assenti ai tempi di Giorgio III. Per de-sovranizzare intere popolazioni, la disseminazione della psicolingua traduce il conflitto politico in malattia, l’avversario in caso clinico, il dissenso in sintomo.
La previsione del 2019 era che questa psicolingua avrebbe dovuto diffondersi in modo, per così dire, “epidemico” o “pandemico” su scala globale: un fenomeno senza precedenti storici. Il fatto che questa diffusione stia effettivamente avvenendo, e che non si sia mai verificata prima nella storia né prevista in questi termini, conferisce a quella previsione una validità particolare: significa che essa aveva colto alcune delle cause strutturali della trasformazione in atto, soprattutto nel campo politico-mediatico.
Questa è la previsione che avevo formulato sette anni fa al Royal College of Psychiatrists di Londra: una politica sempre più riformulata in termini medico-psicologici come strumento strutturale di “depoliticizzazione della cittadinanza”.
Trump come primo attore dello spettacolo psichiatrico
Questo rende ancora più significativo ciò che accade oggi. Pochi giorni dopo l’articolo di Friedman, in un comizio del 27 gennaio 2026, è Trump stesso a usare apertamente lo stesso schema, definendo i manifestanti anti-Trump “insurrezionalisti pagati”, “agitatori pagati” e infine “malati”.
Ma il punto non è solo reattivo. Fin dal suo primo anno da presidente, e anche prima durante la campagna presidenziale, Trump ha introdotto con insistenza nel discorso pubblico l’immaginario dei manicomi, degli asylums e delle istituzioni mentali e psichiatriche, richiamando anche racconti dell’infanzia (la madre che spiegava come lui potesse giocare a baseball sicuro nel quartiere di Queens grazie un ospedale con tantissime sbarre e pieno di “persone molto malate”). E utilizzando questo lessico per descrivere avversari politici e immigrati, spesso presentati come provenienti da manicomi svuotati.
In questo modo, il linguaggio clinico non viene meramente subito; viene deliberatamente mobilitato come strumento di delegittimazione e costruzione del nemico. Strategicamente, attraverso i media — un punto della massima importanza che di solito non viene apprezzato — questo linguaggio viene disseminato in modo da sostituire il vecchio linguaggio del mondo esterno e della politica con la nuova psicolingua – psyspeak – del mondo interiore e della tecnica.
In questo passaggio, Trump non è solo l’oggetto della psichiatrizzazione operata dai media: ne diventa attore attivo.
Da un lato, il giornalismo diagnostica il leader; dall’altro, il leader diagnostica oppositori, manifestanti e migranti. Entrambi partecipano allo stesso dispositivo e allo stesso psico spettacolo o psico show: la riduzione della politica a questione clinica mentale, addirittura psichiatrica.
Ma l’effetto ultimo va oltre il leader. Il popolo stesso viene ridotto a spettatore di una politica spiegata come malattia, e i cittadini vengono sempre più rappresentati, in quanto alla loro caratteristica fondamentale, come pazienti: soggetti da gestire, contenere, normalizzare, trattare, curare per il loro stesso bene.
La psichiatrizzazione non è un eccesso retorico né un incidente del linguaggio. È un meccanismo strutturale di depoliticizzazione, che trasforma il conflitto in diagnosi e prepara la desovranizzazione del pubblico, in particolare nelle democrazie. Ciò che viene progressivamente “curato” non è semplicemente il rappresentante eletto o il capo politico, ma il demos stesso.
La politica, oggi, non viene più discussa. Viene costruita per il pubblico come uno spettacolo psichiatrico.
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[Nella foto in alto, re Giorgio III d’Inghilterra e il presidente degli Stati Uniti d’America Donald J. Trump, in una diapositiva tratta da Stiamo assistendo alla nascita di un nuovo potere psichiatrico globale? (2019)]
Cita questo articolo come: Federico Soldani, “Signor Presidente, lei è pazzo?”: il New York Times auspica un “intervento” sul “re pazzo” Trump, riecheggiando la scena di Giorgio III — ultimo re d’America — all’origine della psichiatria (2026), in PsyPolitics, 1 febbraio 2026,
https://psypolitics.org/2026/02/01/signor-presidente-lei-e-pazzo-il-new-york-times-auspica-un-intervento-sul-re-pazzo-trump-riecheggiando-la-scena-di-giorgio-iii/
Last Updated on February 4, 2026 by Federico Soldani