“Nel 1965 avevo avuto un esaurimento nervoso fortissimo – scriveva Nebbiosi sulla copertina dell’album. Avevo smesso la politica, gli studi, la musica. Il medico che mi curava (male) lavorava a S. Maria della Pietà (il manicomio di Roma). Sentii che lì dentro, forse, ci sarei finito anche io se i miei non avessero avuto i soldi per farmi curare in altro modo. Questo mi diede una rabbia e un senso di rivolta infinite.”
di Federico Soldani – 7 febbraio 2024
Abbiamo già parlato un paio di anni fa di come “Il tema variamente ‘psy’ o ‘psico’ o esplicitamente folle e persino allucinogeno, spesso in relazione a temi politici, [fosse] entrato prepotentemente nella musica italiana del 2021.” Si veda “Fuori di testa”, Peyote & Co. (2022) – PsyPolitics. Il trend, con notevoli antecedenti storici, continua imperterrito nella musica e nella cultura popolare del 2024 così come, novità storica assoluta da qualche anno a questa parte, in politica.
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Per questo ultimo aspetto si vedano soltanto per stare alle notizie di questi giorni di febbraio l’intervista del 5 febbraio 2024 alla figlia di Cossiga, che insegna antropologia culturale e geopolitica – quasi una docente di psicopolitica quindi, si veda ‘Geo’, ‘bio’ e ‘psico’ politica (2021) – PsyPolitics – da parte di Cazzullo del Corriere della Sera, in cui l’intervistata evidenzia aspetti psichiatrici del padre, già Presidente della Repubblica e nel 1978 coinvolto con un ruolo di primissimo piano nel cosiddetto “caso Moro”:
“Anna Maria, figlia di Francesco Cossiga: «Era bipolare, di Moro diceva: “L’ho ucciso io”. Un giorno in salotto trovai Mambro e Fioravanti, lui disse: sono innocenti». La saggista e docente di antropologia culturale e geopolitica: «Babbo era bipolare, parlava di un omino bianco e uno nero dentro di lui.”
Di Cossiga e anche del “caso Moro” si era già accennato su PsyPolitics in precedenti articoli a tema psicopolitico.
Sempre sul Corriere della Sera, edizione di Napoli di oggi 7 febbraio 2024, l’uso di psicolingua da parte del Presidente della Regione Campania, uso a cui questo politico non è affatto nuovo, supera probabilmente di poco un nuovo limite: «Questo è un governo di disturbati mentali, è del tutto evidente che vanno ricoverati.»
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Per tornare al tema della musica popolare o pop, sempre nel 2022 si notava su PsyPolitics come “Questa tendenza nella cultura pop a spostare il focus dell’attenzione e del discorso pubblico da fuori a dentro e della destigmatizzazione variamente intesa della follia e della malattia che sarebbe presente in tutti e in ciascuno, e della quale non ci si dovrebbe vergognare ma andrebbe anzi confessata nel modo piu’ pubblico possibile e accompagnata da una richiesta di cura, e’ uno dei temi di cui PsyPolitics si occupa dall’inizio, ovvero da giugno 2020.” Si legava anche questo spostamento di focus al fulcro dell’antipolitica. Si vedano a questo proposito “L’ “immane trapasso”. Da fuori a dentro, l’anti-politica” (2020) – PsyPolitics e “Putin come Hitler? Cosa significa davvero” – ilGiornale.it (2022)
Quest’anno la canzone che per il momento appare andare per la maggiore, eseguita per la prima volta ieri sera, meno di ventiquattro ore fa, è “Pazza” di Loredana Bertè.
Alcune parole e alcuni temi mi hanno ricordato il brano “Ti ricordi Nina” da “E ti chiamaron matta” (1972) dello psichiatra e psicoanalista romano, nonché cantautore, Gianni Nebbiosi, il quale affermò «Per me fare canzoni è un po’ un esame di coscienza dal punto di vista politico».
Alcuni temi quali la “pazza” o “matta”, la normalità e il richiamo al manicomio, così come alla “santa” intesa in vario modo, ma anche a suoi opposti come la “ribelle”, la “maga”, la “strega” sono presenti in entrambi i testi e gli album in questione a più di mezzo secolo di distanza l’uno dall’altro. Temi simili erano presenti in alcuni degli album menzionati già su PsyPolitics, quale per esempio “Psychodonna” di Bastreghi dei Baustelle (2021), della etichetta discografica major Warner Music Italy proprio come il disco in uscita della Bertè.
Si notava due anni fa “con un titolo simile il pezzo 2021 di Arisa, ‘Psyco’ (senza h), in cui si parla di “ego” e il cui ritornello dice “sono psyco” e “non voglio terapia”. In linea con quello che sembra essere il nuovo messaggio predominante del periodo post pandemia 2020 riassunto nel titolo della serie televisiva coreana 2020 trasmessa globalmente da Netflix ‘It’s Okay to Not Be Okay’ – Wikipedia (사이코지만 괜찮아, Saikojiman gwaenchana; letteralmente “È folle, ma non importa”), noto anche come ‘Psycho But It’s Okay’ e ‘Psycho But It’s All Right’.”
Il testo del 2024 della Bertè appare su questa linea e al contrario del 1972 – quando la “pazzia” era maggiormente marginalizzata – e si cercava di politicizzarla – culturalmente e come concetto oltre che di fatto in senso medico, per esempio con l’esclusione nei manicomi – il testo della canzone di oggi recita “Va bene, sono pazza, che c’è?” “Non ho bisogno di chi mi perdona io, faccio da sola“.
Quasi un rovesciamento da manifestare in un Mad Pride – che si può tradurre come Orgoglio dei Matti o Orgoglio Folle – il movimento d’avanguardia e la manifestazione di orgoglio, con tratti sempre più apolitici quando non antipolitici soprattutto a paragone con il passato, attiva in paesi come il Canada e il Regno Unito.
Il testo di “Pazza”, parte dell’album “Ribelle” (2024) che uscirà tra una paio di giorni, è stato scritto dalla stessa Loredana Bertè e da Andrea Bonomo, ed è il seguente (enfasi in neretto aggiunta):
Sono sempre la ragazza
Che per poco già s’incazza
Amarmi non è facile
Purtroppo io mi conosco
Okay, ti capisco
Se anche tu te ne andrai via da me
Col cuore ti ho spremuto come un dentifricio
E nella testa fuochi d’artificio
Adesso vado dritta ad ogni bivio
Va bene, sono pazza, che c’è? Che c’è
Io sono pazza di me, di me
E voglio gridarlo ancora
Non ho bisogno di chi mi perdona io, faccio da sola, da sola
E sono pazza di me
Sì, perché mi sono odiata abbastanza
Prima ti dicono: “Basta, sei pazza” e poi
Poi ti fanno santa
Io cammino nella giungla
Con gli stivaletti a punta
E ballo sulle vipere
Non mi fa male la coscienza
E mi faccio una carezza perché non riesco a chiederle
Col cuore ti ho sprеmuto come un dentifricio
E nella tеsta fuochi d’artificio
E se in giro è tutto un manicomio
Io sono la più pazza che c’è! Che c’è?
Io sono pazza di me, di me
E voglio gridarlo ancora
Non ho bisogno di chi mi perdona io, faccio da sola, da sola
E sono pazza di me
Sì, perché mi sono odiata abbastanza
Prima ti dicono: “Basta, sei pazza” e poi
Poi ti fanno santa
Scusa se ti ho fatto male
Forse non sono normale, o forse…
Io sono pazza di me, di me
E voglio gridarlo ancora
Non ho bisogno di chi mi perdona io, faccio da sola, da sola
E sono pazza di me
Sì, perché mi sono odiata abbastanza
Prima ti dicono: “Basta, sei pazza” e poi
Poi ti fanno santa
Il brano è stato presentato in diversi interventi pubblici come fortemente autobiografico, come peraltro altri testi della Bertè in passato. Ad ogni modo qui interessa notare, a dispetto del tono alquanto diverso dei due brani, il ricorrere di certi accostamenti di parole e di temi legai alla follia. Nella canzone si parla proprio di mondo come manicomio e di normalità, facendo riferimento non solo a un “sono pazza di me” ma anche a un altrettanto ricorrente “basta, sei pazza” detto da altri.
Alcuni temi come detto sono simili a quelli di Gianni Nebbiosi, psichiatra, psicoanalista e cantautore romano, del 1972, in particolare la canzone “Ti Ricordi Nina” dell’album “E ti chiamaron matta”, titolo dell’album che riprende proprio le parole di questo brano. L’album venne pubblicato dalla Dischi Del Sole, un’etichetta discografica italiana nota per la produzione di musica di protesta e canzoni di impegno sociale durante gli anni ’60 e ’70. Nina è a suo modo una ribelle che apparentemente non viene compresa dagli altri e alla fine, dopo essere passata per “maga”, “santa” e “strega”, viene etichettata come “matta” da un dottore.
Nei testi dell’album “E ti chiamaron matta” sono menzionati e accostati l’uno all’altro, proprio come nei testi di Christian Reil, il medico e amico di Goethe che coniò il nome “psichiatria” nel 1808, il “dolore” e la “paura” quali parole chiave in ambito psichiatrico, soprattutto rispetto agli elementi coercitivi della disciplina. Nel brano dello stesso album di Nebbiosi del 1972: “Quando cominciaron le prime botte perché provava a scappare, per la paura e il dolore non provò più”. Mentre Reil quasi duecento anni prima spiegava come “dolore” e “paura” avrebbero causato nel paziente “riflessioni su riflessioni dentro sé stesso e quindi su sé stesso”.
L’accostamento tra follia ed eresia – e, per esteso e per contrasto, santità – venne anche menzionato in altro articolo apparso su PsyPolitics e pubblicato nel 2019 “Joker: benvenuti nell’era della psichiatria politica globale” (2019) – PsyPolitics: “Il popolo è pazzo e va criminalizzato e psichiatrizzato (non demonizzato, quella era l’era del potere anche temporale legato alla religione). Il moderno eretico è il pazzo. Il modo per arginarlo non è più spirituale, un esorcismo ad esempio, ma tecnico: il contenimento attraverso la diagnosi e i farmaci.”
Temi simili sono presenti sottotraccia anche nella storia della psichiatria, si veda ad esempio dello psichiatra Vittorino Andreoli “Demonologia e schizofrenia” del 1973. Su PsyPolitics si notava già come precedentemente alla nascita della psichiatria “abbiamo fondamentalmente la filosofia e la religione, le quali hanno, sopratutto la seconda, una relazione molto più forte di quanto di solito si riconosca con i concetti di follia e più tardi, storicamente, di psichiatria” Il ‘Grande Internamento’ (2019) – PsyPolitics.
Il testo di “Ti ricordi Nina” da “E ti chiamaron matta” (1972) è il seguente (enfasi in neretto aggiunta):
Ti ricordi, Nina
Il vecchio girotondo
Nella campagna chiara
Di mezza primavera?
Per far crescere il grano
Pregavi un Dio lontano
Un Dio che non si paga
E ti chiamaron maga
Ti ricordi, Nina
Quando arrivò l’estate?
Il tuo parlar col cielo
Con l’erba e con il melo
Il tuo gridare ai lampi
Il tuo fuggir nei campi
Quando la notte canta
E ti chiamaron santa
Ti ricordi, Nina
La luce dell’inverno
E le case erano tane
Per spartirsi la fame?
Tu stavi in mezzo al gelo
E bestemmiavi il cielo
Con gli occhi di chi prega
E ti chiamaron strega
Ti ricordi, Nina
Il medico in paese
Venuto da lontano
Col suo camice bianco
Ed un sorriso stanco
Inutile e tagliente
Come la vecchia latta?
E ti chiamaron matta
E ti chiamaron matta
E ti chiamaron matta


Come riportato sulla copertina dell’album in una delle foto qui sopra, molto avanti con i tempi in fatto di confessione psichiatrica in ambito musicale, Nebbiosi scriveva: “Nel 1965 avevo avuto un esaurimento nervoso fortissimo. Avevo smesso la politica, gli studi, la musica. Il medico che mi curava (male) lavorava a S. Maria della Pietà (il manicomio di Roma) e ogni tanto, quando era di guardia, mi riceveva lì. Ricordo che siccome ero studente in medicina ed ero già orientato per la psichiatria mi faceva fare spesso dei giri nei reparti. Chiunque abbia conoscenza di un manicomio sa che cosa si vede là dentro. Gente legata a un letto da dieci anni, botte, camicie di forza, pillole che rimbambiscono, elettroshock (ricordo che facevano, e fanno, l'”annichilimento”, cioè due shock al giorno fino a che sei quasi un bipede. Sentii che lì dentro, forse, ci sarei finito anche io se i miei non avessero avuto i soldi per farmi curare in altro modo. Questo mi diede una rabbia e un senso di rivolta infinite [sic, ndr]. Mi ricordai di una storia che un alcoolizzato mi aveva raccontato e un giorno scrissi la Ballata dell’alcoolizzato.
Altri pezzi interessanti di Nebbiosi, dallo stesso album “E ti chiamaron matta” del 1972 sono la “Ballata dell’alcoolizzato” e “Il numero d’appello”, riportati qui sotto per chi fosse interessato ad ascoltarli e per farsi un’idea.
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Last Updated on February 8, 2024 by Federico Soldani
EVENTI | 10 febbraio 2024, 21:13
Sanremo 2024, a Loredana Berté il Premio della critica Mia Martini per “Pazza”
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